Un ricordo che mi lega all’infanzia e ad un luogo dell’oltrarno è quello della figura di mio nonno materno, che, per i modi riservati, definirei “un trippaio gentiluomo”. Per oltre 50 aa. ha tenuto un banco o meglio un barroccio di trippa in piazza Frescobaldi.
Negli anni ’70 è stato il trippaio più anziano in attività. Non aveva fornelli di cottura , vendeva solo trippa e lampredotto al banco. Si dice che facesse anche servizio a domicilio per signore particolarmente avvenenti, ma forse questa è una leggenda, una fantasia creata da mia nonna, in verità assai pudica e castigata da giovane, ma divenuta poi disinibita assai in età avanzata.
Dai cinque ai dieci anni sono stato molto in compagnia di mio nonno. Di lui mi hanno sempre colpito la mitezza, i lunghi silenzi, e lo sguardo benevolo con il quale sorvegliava il nipotino, allora un po’ agitato sul piano motorio, che i genitori gli affidavano per alcuni pomeriggi alla settimana.
Ho imparato ad andare in bicicletta lungo la discesa del ponte a S. Trinita. Con la sua bici di trippaio, con la quale andava ai Macelli. Nella sporta appesa al manubrio, metteva la trippa ed i lampredotti scelti dopo una conta con i colleghi. Allora i trippai erano circa 10 in tutta la città e la conta serviva per scegliere per primi i pezzi migliori, disposti su un bancone di marmo nelle vaste stanze dei Macelli.
Questi ambienti sono rimasti a lungo nella mia mente di bambino e quando poi da giovane studente di medicina ho frequentato i tavoli di dissezione dell’istituto di Anatomia di Careggi mi sono immediatamente tornati alla memoria . (Le stanze del pubblico macello non erano poi cosi differenti!).
Trippa come viscere primordiale, caldo e materno. Mio nonno ha contribuito a sfamare molte famiglie e molti bambini, in tempo di guerra, appunto con il brodo “primordiale” di trippa che veniva raccolto nei fiaschi impagliati.
I bollitoi della trippa erano ubicati in S. Frediano, in via dei camaldoli e in via dell’orto, non per caso, bensì in vicinanza del primo macello pubblico costruito per editto granducale del 1833.
Quell’angolo stretto dell’oltrarno tra borgo S. Iacopo e via dello Sprone, ed il Mascherone della Fontana del Buontalenti, la più elegante e bella del quartiere, dove mio nonno riempiva dallo spruzzo il secchio dell’acqua, mi legano per sempre alla memoria di quel volto di vecchio riservato, eppure così accogliente e protettivo
Fine